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"Spagna e Sicilia, così vicine, così lontane"
“Fotografando la vita”
Introduzione alla produzione artistica di Ana Isabel López Martínez

Difficile sintetizzare in poche righe un lungo percorso creativo che ha spaziato in molti ambiti. Sicuramente uno degli aspetti più rilevanti di Ana Isabel López Martínez appare quello del rinnovamento e della continua ricerca.
Una vivace curiosità anima i suoi scatti, che di volta in volta si arricchiscono di suggestioni, incanti e mutevoli sensazioni visive.

La sua produzione sfugge ad ogni definizione e sorprende costantemente, spaziando da interventi pittorici ed astratti, che rievocano realtà artistiche eterogenee (cromatismi accesi uniti ad andamenti lineari complessi, omaggio ai grandi lavori di Klee o di Kandinsky) all’indagine rarefatta ed intima di tanti visi che, di attimo in attimo, ci svelano i microcosmi di un’esistenza. Volti che parlano, volti che narrano una storia: sia essa spagnola oppure siciliana. L’istante è sempre intuito da una raffinata sensibilità, dove le pose sono assolutamente naturali e la quotidianità assurge a principio fondamentale dell’atto creativo. Un occhio sul mondo, un occhio sempre attento e vigile, un occhio che non si mostra mai artefatto, ma sempre genuinamente curioso di scoprire le infinite realtà di un popolo.

Ecco, allora, che la Spagna e la Sicilia, in virtù di questo principio autentico e assolutamente personalissimo, vengono accomunate e i dettagli diventano i protagonisti esclusivi. Gli scatti sprigionano tutto il piacere di passare del tempo tra persone belle, curiose, vere!
In tal senso le istantanee di Ana Isabel López Martínez sono “belle”, ma non perché mirino al bello - il che non significa che non ne siano portatrici - bensì in quanto hanno come “obiettivo” lo stesso colpo d’occhio… Non tutto, in effetti, è chiaro, non tutto è a fuoco; esistono zone d’ombra, che un po’ scompensano l’insieme (e/o gli conferiscono un “diverso” equilibrio). Ciò è frutto di una sorta di “premonizione”, accompagnata da piccoli escamotages, di modo che la “sorpresa” sia tale allorché accade “qualcosa”; quel qualcosa che detta l’esigenza dello scatto istantaneo.
Vedere non è solo gesto attivo, ma anche passivo: è l’immagine nella maggior parte dei casi a possedere la fotografa, che poi - grazie all’incanto della visione filtrata - ci restituisce un frammento mediato dall’occhio che trasfigura e rende inconsueto il quotidiano.
Tante sono le vibrazioni e le fonti di fascinazione: da Moratalla a Giardini Naxos, da Murcia a Catania; landascapes, nature morte, volti e strade costituiscono, in effetti, il bagaglio di un viaggio profondo ed intimo: il viaggio della VITA quale serbatoio di scatti. Scatti come “ Fine giornata al Mercato del pesce”, dove è l’immagine stessa a trasudare l’essenza di una città, i cui particolari riescono a prendere il sopravvento mediante contrasti chiaroscurali i quali dominano l’intera superficie che ,tuttavia, risulta essere “limitata” dall’ampio arco in ombra occludente, come un vero e proprio fondale scenico, tale frammento di realtà. Un piccolo grande spettacolo, quindi, che ogni giorno rinnova e valorizza la tradizione e la stessa identità popolare. Ed è anche per questo che in un paesaggio, in un atteggiamento come in un particolare luogo, cogliamo tradizione e cultura: è il caso di “Il riposo delle barche”, in cui miriade di colori distribuiti ad ampie campiture lineari testimoniano, ancora una volta, con incredibile forza, il valore endogeno di un’antica maestranza. Ed i volti che, come segnali, come piccole mappe geografiche, mostrano l’appartenenza ad un luogo o - se vogliamo - ad una cultura, rafforzano questa consapevolezza. “ Il senso della vita” ne è, al riguardo, una testimonianza validissima. A sconvolgerci è infatti la sua naturalezza, la sua mancanza di clichè pre-costituiti. Due volti, semplicemente due volti che, come le due pagine di un libro aperto, raccontano la magnifica storia di due esistenze congiunte da un percorso comune d’amore, di rispetto e di fiducia. Particolari, autentici piccoli tesori di inestimabile valore che parlano allo spettatore, che raccontano una storia sempre unica, sempre diversa, sempre incredibilmente affascinante.
La religione, avvinghiata profondamente alle radici di questa TERRA, emerge con forza virulenta in uno scatto che emana un misticismo sovrano di coscienze ed esistenze: “Devozione a Padre Pio” ne da un assaggio sostanzioso.
Lo scatto è ben calibrato, la luce sapientemente filtrata, la posa volutamente inclinata per esaltare quella piccola porzione intrisa di simbolismo e profonda credenza. Un altro scatto rievocante, invece, profumi e sapori di questa terra è quello denominato “La forza della terra”. Anche qui si ritrova, in un certo qual modo, il senso della vita. Sarà l’abbarbicarsi dei tralci, sarà il proliferare degli acini, saranno i colori nitidamente distribuiti sulla superficie, sarà l’inquadratura dall’alto - quasi a raccogliere amorevolmente fra le braccia questo prodotto di madre terra -, sarà, forse, la miscellanea di tutti questi elementi a suggerirci la forza, la tenacia, la prepotenza dirompente ed il guizzo vitalistico della natura che “decanta” la sua supremazia. Un uomo, invece, domina l’inquadratura de “Sig. Contarino, scultore e pittore”; su di lui le tracce del tempo hanno lasciato solchi profondi e l’espressione ieratica è esaltata da una posa a mezzo busto che non lascia spazio ad altri dettagli. Egli è il protagonista unico di questo frammento strappato alla quotidianità. E’ la retina, dunque, a catturare la bellezza infinita e fragile dell’attimo. Lo sguardo si mostra sempre in grado di rimettersi in gioco per cogliere realtà, solo apparentemente casuali e che si rivelano, invece, in continua riemersione e sempre in bilico tra ordine e vertigine.
Ana Isabel López Martínez non ha paura del caos della vita nè dei suoi colori e delle sue forme, ma, al contrario, riesce a sferrare tagli secchi e violenti in contrapposizione alla materia, ricca, colorata, caleidoscopica.
Forti contrasti, realtà multiformi ed eterogenee contraddistinguono gli scatti realizzati in Spagna, terra segnata da tradizioni secolari e da particolari molto caratteristici. Le inquadrature scelte sono insolite e disorientano volutamente. Come in “Perfil de Moratalla” dove lo scorcio offerto appare inclinato (scelta reiterata più volte) e la visione distorta, quasi a voler simulare un potenziale uccello rapace pronto a spiccare il volo. Non solo, ma le tinte sfiorano le tonalità del pastello, dando spazio alle ocre e alle terre. E’ quella stessa fortissima dicotomia che trovava luogo nei quadri di Magritte, in cui la quiete, dettata da un comune cromatismo, celava assurdi legami semantici fra gli elementi compositivi dell’opera stessa. L’autrice, in realtà, guarda le cose con occhio vivace ed indagatore: è come se alcuni oggetti venissero scelti per imparare a vedere il mondo proprio come un pittore impara dalle nature morte.
Lette in questa chiave, alcune foto diventano una sorta di “battesimo”: gli oggetti ricevono un nome e ci appaiono come se li vedessimo per la prima volta. Il mondo oggettuale per Ana Isabel López Martínez rappresenta, insomma, un vero e proprio universo, un cosmo a sè dotato di vita interiore e nel quale gli oggetti interagiscono, comunicando nella loro lingua di oggetti. E a volte l’oggetto diventa contestualizzante rispetto ad una situazione ritratta, fungendo così da motore catalizzatore dello stesso scatto. E’ il caso di “Cambio de tercio”. Qui una semitorsione, oseremmo dire, degasiana fa da focus all’antiperiferizzazione dell’imago del toreador il quale sembra quasi essere avvolto dalla fiammeggiante mantilla che si pone cromaticamente in contrasto col grigio reticolato su cui “poggia” tale snervante azione scenica.
In “Rosario e Isabel”, invece, uno scorcio di allegra ed intima quotidianità viene colto nei suoi aspetti semplici ed essenziali. Sembra quasi di essere di fronte ad un ciak buñueliano con una acasualistica finestra che illumina l’ambiente e che crea, suo malgrado, un continuum con quelle pentole ed utensili da cucina recanti uno strano effetto-copricapo rispetto all’ aperto sorriso frontale della donna ritratta.
Altra figura femminile, altro modo di sorridere: è il caso “La colcha de ganchillo”. Qui l’obiettivo è puntato dall’alto in basso e ad una fronte percettivamente voluminosa ma che rifrange luce e rughe fanno da contraltare sia il fazzoletto incorniciante, con posa quasi religiosa, volto e capelli sia l’enigmatico, seppur sapientemente vissuto, sorriso che, per la stessa angolatura dello scatto, è possibile a mala pena intravedere. E che dire del rullio di tamburi che accompagna la Processione del Venerdì Santo? In “Tambores”, la teoria sfalsata degli strumenti a percussione, colta nella sua centralità, riecheggia, in effetti, il vibrante urlo di dolore esploso sul Golgota quasi duemila anni fa; non solo, ma il tutto va a confluire in un ordinato affastellamento di infule ornamentali in cui a dominare è il colore rosso.
Quel rosso di “Pimientos secos” quasi si rapprende icastico ed allusivo sui grappoli di peperoncino appesi - o sospesi – ad una veranda la quale, per altri versi, si ritrova adornata, oseremmo dire voluttuosamente, da un verde rampicante il cui percorso sembra ingigantirsi a causa della ripresa effettuata dal basso verso l’alto.
Le foto di Ana sono, dunque, domande, interrogativi incessanti a volte semplici e a volte molto complicati, ma unicamente perché rispecchianti la problematicità del mondo e, comunque, capaci di aprire uno spazio nell'osservatore: uno spazio che a volte è sospensione, a volte angoscia e a volte compensazione e pacificazione, ma in nessun caso elusione o induzione alla menzogna.

Marilisa Yolanda Spironello




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