A Càlia, i nuciddi amiricani e a simènza
I Nuci e i nuciddi
I Castagni
I Mènnuli, i fastuchi e i ficu sicca
I Dàttuli

A Càlia, i nuciddi amiricani e a simènza

«A-Ppàsqua pari cu avi bbeddi agneddi/ a-Nnatali, cu li-bbeddi nuciddi»
Nella stagione fredda, nei giorni di festa, supra i-bbancarelli dei venditori che si trovano nelle piazze o agli angoli delle strade, insieme ai dolcetti colorati , dalle svariate forme,sono esposte anche nuci, nuciddi, nuciddi amiricani, dàttula, mènnuli e-ccastagni, fastuchi, e-fficu sicca di chiddi siccati supra u cannizzu.

Non mancano i favi e i castagni nfurnati e a càlia, i ceci ed altri legumi che sono abbrustoliti dentro u paridduni, un'ampia padella in ferro, contenente sabbia che viene riscaldata sul fuoco. Questi legumi devono essere rimescolati continuamente con una paletta di legno (a palidda di lignu-ppi-rriminari). Quando sono ben cotti, il venditore li reclamizza con la classica vanniatìna: «Haiu a càlia,… haiu a càlia-cche-bbedda caùra

In un altro angolo dâ bancarella, ci sono i-rrarichi di-nniculìzzia e i semi di zucca, detti passatempu-simenza perché è necessaria molta pazienza per liberarne la parte edule dall'involucro biancastro e resistente che la ricopre (a cucuzzèdda).

I Nuci e i nuciddi

Giocare con le noccioline, era uno dei passatempi preferiti dai vecchi e dai ragazzini siciliani:

«Cchî nuciddi, iocanu li vecchi e li picciriddi..».
«Cosi di picciriddi / puma, mènnuli e-nnuciddi».


Anticamente, si credeva che se, a Natale, si fossero messe «..dintra lu prisèpiu, novi nuciddi..», queste, se, successivamente, prese e tenute in mano da un sofferente di coliche nefritiche, lo avrebbero guarito.

Secondo una tradizione siciliana, non bisogna raccogliere nocciole o altri frutti, la notte di Natale, quando, a mezzanotte, «.. fioriscono le erbe e gli alberi si vestono di fronde e si caricano di frutti..». Questa vegetazione “soprannaturale” dura, infatti, solo i pochi minuti che furono necessari al Bambino, per nascere. Così, chiunque raccogliesse la «frutta di la Santa Notti..», la vedrebbe, ben presto, dissolversi nel nulla. Inoltre, chi riponesse i “frutti di Natale” dentro una tasca o una pezzuola, troverebbe tanti buchi, per ogni frutto raccolto. Un’altra credenza riguardante le noci: se tenute in tasca, come amuleti, aiutano le donne a partorire e gli uomini a vincere nelle zuffe.

I Mènnuli , i Fastuchi e i Ficu sicca


Durant’i fest’i Natali, con le mandorle, le nocciole, i pistacchi e a càlia, si giocava a-mmidda, un gioco che consisteva nel far aderire alla mano, piccoli frutti o semi, poggiando sopra di essi le dita inumidite dalla saliva e, quindi, nel sollevarli, per qualche attimo.

Il gioco aveva una variante: essendo difficile sollevare le nocciole, a causa del loro peso, si tentava di farle aderire ntô pugneddu dâ manu dentro il quale i ragazzini, per vivacizzare u iòcu, sputavano fragorosamente.

A-ttemp’î fèsta, i bambini giocavano anche a-ppassa l’àncilu, cioè facevano volteggiare la mano sul piatto dei fratellini, la poggiavano sulla frutta secca e “catturavano” ntô cuppitieddu dâ manu, nocciole, noccioline e-mmènnuli-ncunfittati. U iòcu, spesso, si concludeva tra i schigghi (grida) dei “depredati” più piccoli e i muffuluni (manrovesci) dei più grandi.

Quando l'inverno è mite, si può assistere, in anticipo, al delicato spettacolo dei mandorli in fiore. La fioritura precoce del mandorlo è sottolineata dal detto:
«Çiurìu la minnulidda / e-gghittàu lu mantu lu spagnolu» che si rifà ad un’usanza militare d’origine spagnola, secondo la quale i cavalieri riponevano il mantello, quando fiorivano i mandorli.
Il frutto del Pistacchio (Pistacia vera L.), noto come fastuca, contiene un seme (còcciu di fastuca) dal sapore delicato, utilizzato in pasticceria e in gastronomia e per confezionare il pesto, ottimi gelati, creme e un dolce tradizionale, a fastucata che, a Bronte, si prepara col pistacchio locale.
La saggezza popolare siciliana, tramite li ficu sicca, insegna che non bisogna cercare d’apparire ciò che non si è, perché «A cuddana di ficu sicca non luci».

Li Castagni

L'usanza di mangiar castagne, l'undici di novembre, è ricordata dal detto «Ppi San Martinu, castagni e-vvinu». Le castagne, però, si mangiano anche durante le ricorrenze natalizie, infatti: «Ppi manciari castagni, ogni-ffesta è-bbona…»…, ma anche… ppi spurtiddari, ossia per spillare il vino dalla botte.

Con le caldarroste appena nisciùti caliaturi, si può chiudere il pranzo o placare la fame, come si faceva, in passato, a-ttempu di caristìa.

A Frutta frisca ntê panàra sutt’a Cona

I Nèspul’i nvernu
I Cutugna
I Ficurìnia
I Portüalla
I Ranata


I Nèspul’i nvernu

I Nèspul’i nvernu (o nèspuli rê morti) sono i frutti del Nespolo comune (Mespilus germanica L.) una pianta che, se benedetta, era ritenuta capace di proteggere dagli incantesimi.

Gli stregoni, infatti, potevano danneggiare solo i nespoli non benedetti e soltanto la notte del primo maggio, dirigendosi a cavallo contro di essi, per sfrondarli e far si che non fruttificassero più.
Anticamente, in Sicilia, le Nespole d’inverno erano considerate una leccornia; per tal motivo, erano offerte in dono a-Ggesù Bbamminu ntâ Rutta e-ppi -pparari a Cona.

I contadini, inoltre, tenevano in gran conto questi frutti che, maturando all'inizio della brutta stagione, garantivano frutta nel cuore dell'inverno. Alla fine d’ottobre, infatti, come ricorda un vecchio detto, i nèspul’i nvernu maturano con le prime piogge: «A San Simuni li nèspuli a-mmunzidduni e-ll'acqua a li vadduni».

I Cutugna

A cutùgna, il rotondeggiante frutto del Cotogno (Cydonia oblonga Mill.) è un pomo giallo, con buccia spessa e vellutata e polpa soda, dal caratteristico odore e sapore aspro, ovvero... cutugnìnu...

Che le cotogne siano difficili da gustare, in special modo se immature, è sottolineato dal detto: «Agghiuttìri cutugna» che, in senso figurato, vuol dire «Ingoiare amarezze».
Un detto siciliano, tramite li cutùgna, invita a cancellare ogni rancore, almeno nel giorno di Natale:
«Amuri-cci voli e-nnenti sdignu, / ca a-Nnatali nun piaci lu cutùgnu».
Nel Paradiso terrestre, sembra che Eva abbia raccolto il famoso "pomo", proprio da un bel Cotogno, dai delicati fiori. Il frutto, però, aveva un sapore acerbo, perciò Adamo non riuscì ad ingoiarlo.. U cutugnu, infatti, gli rimase in gola, dando origine a quel famoso ruppu dê cannarozza denominato "Pomo d'Adamo".
Una curiosità: come pumu d’Adamu, è noto il frutto dello spinosissimo e velenoso Pomo di Sodoma o tussichedda (Solanum sodomaeum L.), dai fiori azzurro-violetti e dalle bacche, dapprima gialle, poi, brunastre.

I Ficurìnia

Ntê cufina ê peri dâ Cona parata, fanno bella mostra di sé i polposi frutti del Fico d’India (Opuntia ficus-indica Mill.) che, con le sue pale (rami modificati), le foglie trasformate in spine e i grandi fiori gialli, costituisce uno degli emblemi della Sicilia.

Anticamente, la pianta, nota anche come ficarazza, trovava numerose applicazioni nella medicina ed erboristeria popolare.

Il succo, edulcorato con zucchero, costituiva un ottimo rimedio contro l’arrifriddatura e a tussi; si somministrava all'ammalato, ccû cucchiarinu, ogni due o tre ore, dopo averlo fatto gemere da una pala "vergine" (mai fruttificata) privata della buccia.

Le “pale, dopo esser state arrostite, (pali arrustuti) erano efficaci per curare la tonsillite e le infiammazioni delle ghiandole sublinguali. Sbucciate, divise in due e riscaldate sul fuoco, erano utilizzate ppi-ffari cappati (impiastri) contro le coliche epatiche e intestinali e per curare le affezioni della milza di coloro che erano affetti da malaria (ammalariati).
A tal fine, si appendevano le pale vicino al focolare, per farle disidratare; secondo una credenza popolare, infatti, si riteneva che, se si fosse “asciugata” la pala, si sarebbe sgonfiata anche la milza dell’ammalato.

I pali nfurnàti erano adoperate per curare malattie cutanee e ascessi e per preparare a picata, una sorta di cerotto (a base di sostanze appiccicaticce, tra cui il bianco d'uovo) che si applicava sul punto dolente.
U sucu ri pala ri ficurinia, aggiunto ad una mistura d’olio, cera, erba di vento e chiocciole, opportunamente tritata col
pestello di lu spizzïali, trovava applicazione contro gli strappi muscolari (sfilatina) e le contusioni (ammaccatini) provocate dalle cadute dagli alberi.
Questo rimedio è ricordato dal noto detto: «Quannu unu s'allavanca di-nna nùcia / sucu ri pala vecchia e-bbabbalucia; / e si sècuta e nun resta cuntentu, / cci metti ògghiu, cira e erv 'i ventu».

I Portuälla

Agli inizi del 1500, a bordo delle navi portoghesi, giunse in Europa una pianta coltivata in Cina, già nell'antichità: il “Portogallo” o “Melarancia” [ Citrus sinensis (L.) Osbeck ] , che, successivamente, sarebbe stata denominata “arancio” o arancio dolce, utilizzando la denominazione che già indicava l'Arancio selvatico o “amaro” (Citrus aurantium L.).
Si trattava di un
alberello sempreverde dai fiori bianchi e dal frutto rotondo a polpa dolce che, presto, sarebbe stato utilizzato per la preparazione di liquori, sciroppi, marmellate e aranciate.

Tra queste, la dissetante aranciata fridda e la lenitiva aranciata càuda (acqua calda zuccherata con succo d'arancio) comunemente utilizzata contro l'arrifriddaturi, u catarru e a vuci affucata (raucedine).
E, ancora, l'arranciata, un semplice dolce natalizio priparatu-ccû li scocci di l'aranci zzuccarati e-ccotti ntô meli.

La coltura di l’arànciu di la Cina (arànciu di manciari o di spremiri) e di molte sue varietà eduli, si diffuse rapidamente in Sicilia ove, già da tempo, gli Arabi coltivavano, a scopo ornamentale, per il fogliame fragrante e i bei frutti a lungo persistenti, l'arànciu amaru o arancera.

I Ranata

Durante il Medio Evo, la melagrana rappresentò, simbolicamente, la Chiesa che unisce in sé, in una sola fede, popoli diversi, immaginati come “chicchi”, assurti ad emblema della ricchezza dei Martiri e dei misteri ecclesiastici.

Il Melograno o pomo granato (Punica granatum L.), noto come ranatu, ha foglie e fiori molto decorativi e frutti dalla buccia spessa e coriacea.
Durante il periodo natalizio, quando si giocava a-ttùmmula (tombola), con i suoi semi, con quelli di zucca e con i fagioli, si contrassegnavano i numeri estratti, sulle cartelle e sul cartellone.

A Frutta e a Virdùra natalina

U massaru diceva ca, a-Nnatali, si cògghiunu i vròcculi, i finòcchi, e i cavuliçiuri natalini, i puma, i pira, l’ agghiànnara (ghiande), l’uva e i fichi d’Innia natalischi….

Come “natalisca” o “natalina”, s’intendono quelle varietà di verdura e frutta che maturano nel periodo natalizio, quali i cacòcciuli natalini, a fastuca natalora, i ficu natalischi, (i cosiddetti “verdini”)
i sorvi nataligni e i pira spinedd’i-mmernu.
Da ricordare sono anche
i cucuzzeddi, dai frutti lunghi e cilindrici, a cucuzza spagnola o "spagnuledda",che si conservano bene per l’inverno e altre grandi zucche, dette cucuzzuni.
Tra queste, “troneggiano” i panciuti cappeddi di parrinu, dallo sgargiante color rosso-arancione e le più comuni cucuzzi-di-meli o cucuzzi-zzuccarini, dal colore rosso-mattone, le quali, dentro le “frange” filamentose della polpa, contengono la nota simenza.

Le zucche, per la durezza della scorza, sono paragonate, da un detto siciliano, ad un "involucro" cavo, quanto inaccessibile: «Di fora, senza purtùsu / dintra–ccû-bbellu dammusu».
La notte dell'Epifania, ppâ festa da Strina, quando i picciriddi credevano che la
Befana scendesse dalla cappa del camino per portare i regali, le zucche svuotate, al pari delle scarpe vecchie, dei fazzoletti annodati e delle tradizionali calze, erano appese vicino al focolare, affinché a Strina vi mettesse i doni.
I pastori, inoltre, erano soliti conservare il sale, ntô muzzuni, un recipiente ricavato da una grossa zucca privata della polpa (cucuzzuni lèggiu). Da questa usanza ha origine il detto: «Avìri sali ntâ cucuzza».

 
     
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