A Filastrocca di l'Àrvulu di Natali

Emblema della Mostra “Tradizioni e piante del Natale siciliano”, non è stato, il classico Abete natalizio, bensì un “Àrvul’i Natali un po’ speciale, in armonia con l’atmosfera rurale del contesto, “creato” utilizzando piante della “Terra di Sicilia”, quali l’ìlici e-ll’alivu.

A quest’ Àrvul’i Natali, simbolo del legame esistente, in Sicilia, tra ricorrenze religiose e mondo rurale, è stata dedicata una filastrocca siciliana che, in passato, adulti e ragazzi cantavano, andando a far legna o a raccogliere frutti e fronde per ornare il Presepe e preparare festoni per altre ricorrenze religiose o feste agresti.
I-rramari, mentre erano a-ffraschïari, trovavano anche il pretesto per divertirsi; perciò, durante la raccolta, fingevano che gli alberi da cui svellere le fronde fossero stati “rubati”.
Così, andando per i boschi, cantavano:

Arbibbiribbì-arbibbiribbàu / a fichera, cu si la-rrubbàu / Si la rrubbàu mastru Martinu / ca-zzappava suttô pinu / ca-zzappava a pissichera / arbibbiribbàu-arbibbiribbèra.

Arbibbiribbì-arbibbiribbàu / u cutugnu, cu si la-rrubbàu? / Si lu-rrubbàu mastru don ‘Cola / ca avi i scarpi senza sola / cu si-rrubbàu u-bbeddu cutugnu / arbibbiribbìgnu-arbibbiribbùgnu.

Arbibbiribbì-arbibbiribbàu / a-nucera, cu si la-rrubbàu? / Si la-rrubbàu mastru Ggiuvanni / ca ietta pìrita e-ffa-ccastagni / cu si-rrubbàu a-bbedda nucera / arbibbiribbàu-arbibbiribbera……

Quando, finalmente, si fingeva che gli alberi “rubati” fossero stati ritrovati, i-rramari facevano a cugghiuta dê fraschi, le ammucchiavano suprÔ carritteddu e intonavano l’ultima strofa della filastrocca:

Arbibbiribbi-arbibbiribbò / i-ttruvammu ntô comò / u comò da-zza Pippina / fattu di ligna supraffina / fattu di lignu di castagnu / arbibbiribbìgnu-arbibbiribbàgnu.


Li Pianti-ppi-pparari u Prisèpiu e a Cona

L'Arànciu amaru
A Sparacogna
A Murtidda
U Spinapùlici
U Puleju
L'Addàuru
U Rosamarinu
A Mbriàcula

L'Arànciu amaru

Durante la novena di Natale, con i rami e le foglie dell' Arancio selvatico (Citrus aurantium L.) detto arànciu amaru si costruivano le volte del Presepe e si preparavano festoni per ornare le Icone della Madonna e di San Giuseppe.
In Sicilia, l'Arancio selvatico era coltivato sia come pianta ornamentale (gli Arabi lo utilizzavano per abbellire i giardini e, per tal motivo, l'agrumeto era definito u jardinu), sia per i frutti e le foglie cui si attribuivano poteri contro i malefici. Le foglie, infatti, si ponevano nelle mani del cadavere, per contrastare i malazziòni e la magarìa di qualche nemico dello stesso defunto.
I profumati e tenui fiori d'arancio, noti come zzàgara, rivestono un ruolo importante nelle tradizioni popolari siciliane; sono ricordati dai canti locali e costituiscono un delicato simbolo durante le cerimonie nuziali.
Le foglie e frutti dell'arancio selvatico e del limone erano utilizzati, duranti lu spunsali, per ornare la bardatura dei buoi che trainavano il carro degli sposi. Il loro pregevole effetto ornamentale, valorizzato anche nel campo dell’artigianato locale, è sottolineato dal detto: «Mittìrisi m-pàmpina d'arancia» che vuol dire “agghindarsi”.

A Sparacogna

Assieme ai rami e alle foglie dell’Arancio, l’Asparago selvatico (Asparagus acutifolius L.) detto sparacogna, sparàciu niùru o sparacìttu, orna lo sfondo del Presepe, la volta della Grotta e a Cona.
I suoi tralci e i rigidi cladòdi (rami modificati), per la prolungata persistenza di forma e colore, sono particolarmente adatti per costituire un duraturo ornamento nel lungo periodo delle festività natalizie.
Con l’intento di simulare un cielo finto, cosparso di nuvole, uno o più tralci di sparacogna sono disposti, ad arco, sul presepe e ricoperti con batuffoli di cotone che s’impigliano alle pungenti spinule cornee presenti all’apice dei rami aghiformi della pianta.

A Murtidda

«Ogni-ffesta, havi la so murtidda»
«Cci-nni voli assai murtidda, ppi-pparari i Santi!»
Entrambi questi detti popolari sottolineano l’uso che, in passato, si faceva delle fronde del Mirto (Myrtus communis
L.) noto come murtidda, per adornare il presepe, gli altarini e le edicole votive. La pianta, che veniva raccolta ntê murtidditi, era inoltre comunemente utilizzata durante numerose festività civili e religiose, anche per fini gastronomici con i suoi frutti, infatti, ancora oggi, si preparano ottimi liquori.
Secondo una antica credenza, a murtidda sarebbe sacra alla Madonna; per tal motivo, a Palermo, era usanza utilizzarla, l’8 dicembre, nella ricorrenza dell’Immacolata. In quell’occasione, i venditori ambulanti vanniàvanu:
«A murtidda, a murtidda,.. ppi-ddivuzzioni si mancia a murtidda…».
Anticamente, con le foglie del Mirto si conciava il cuoio; in tono scherzoso e scaramantico, il nome dialettale della pianta indicava la morte detta, appunto, a santa murtidda.

U Spinapùlici

I decorativi rami del Pungitopo (Ruscus aculeatus L.) con le loro bacche rosse, avendo assunto, un po’ ovunque, significati di buon augurio, sono utilizzati, sia quali ornamenti del Presepio, sia come festoso addobbo natalizio, all’interno delle case.
In Sicilia, in tempo di carestia, il Pungitopo era utilizzato per fare il caffé: con i suoi semi si preparava, infatti, il cosiddetto cafè sicilianu.
La pianta è nota come spinapùlici poiché si credeva che i suoi rami, riuniti in piccoli mazzi e adagiati sui pavimenti delle case rustiche, facessero morire le pulci o, quanto meno, le tenessero lontane.
Il Pungitopo deve il suo nome volgare all’uso che, in passato, si faceva dei suoi rami secchi e spinosi che, intrecciati a mo’ di corona, erano posti attorno ai tronchi degli alberi da frutta, per proteggere il raccolto dagli attacchi dei topi o di altri animali.
Per il medesimo scopo, nelle vecchie case coloniche, rametti di Pungitopo venivano attorcigliati ai piedi di tavoli e sedie, attaccati alla base di dispense e madie o legati alle estremità delle canne alle quali era consuetudine appendere salami e insaccati.
In alcuni centri della Sicilia, i-rrama dù spinapùlici erano adoperati per la costruzione di scope rustiche e ramazze.

U Puleju

Un ornamento per la Grotta è rappresentato dal Puleggio (Mentha pulegium L.), noto come puleju. La pianta, secondo un'antica tradizione siciliana, fiorisce la notte di San Giovanni, si raccoglie il giorno di Santa Maria Maddalena (22 luglio) e si conserva per la notte di Natale, quando, allo scoccare della mezzanotte, prodigiosamente, rifiorisce e può essere utilizzato per fini devoti.
In passato, u puleju era adoperato per diversi usi: in caso di ‘nfriddatura, si facevano i fumulizzi ccû puleju, mentre, per difendersi dalle zanzare, i contadini ne appendevano dei mazzetti alle finestre e vicino al letto. Si riteneva, inoltre, che le foglie della pianta, se poste insieme ad un po’ di crusca, dentro le scarpe, fossero insuperabili per prevenire le malattie dell'apparato respiratorio.
U puleggiu è ricordato da arguti motti siciliani: «'Ntra-dda casa unni nun-cc'è puleggiu / u maritu è-ttintu e a mugghieri è-ppeggiu» che vuol significare che il puleggio non deve mai mancare nelle abitazioni; la sua assenza, infatti, indica che, sia il padrone di casa, sia la moglie, sono persone noncuranti del benessere domestico.

L'Addàuru

In molti paesi della Sicilia, i rami e le foglie d’Alloro (Laurus nobilis L.) - pianta sacra ai poeti e simbolo di vittoria, magia e divinazione - sono adoperate per ornare il Presepio.
L’Addàuru costituisce un significativo ornamento in molte ricorrenze religiose; con le sue fronde s’intrecciano ghirlande ed archi trionfali per addobbare le strade percorse dai fedeli in processione.
La pianta è consacrata a San Suluvestru: durante questa ricorrenza, i devoti raccolgono grossi rami e li portano in processione lungo le vie di alcuni piccoli centri siciliani.
Insieme a fronde di carrubo e a pampini e tralci di vite, l'Alloro orna l’insegna di qualche superstite putìa. Da questa usanza trae origine il detto: «A-pputìa vecchia, nun circari-ddàuru» il quale vuol significare che ciò che è noto non ha bisogno d’esser reclamizzato.
Le foglie d'Alloro, ricche d’oli essenziali, poste in infusione, costituiscono un’ottima bevanda digestiva; in passato esse erano bruciate per togliere il cattivo odore dalle case. I frutti, detti bbaccareddi, a maturità, assumono un colore nerastro e lucido e sono utilizzati per preparare medicamenti lenitivi.

U Rosamarinu

Anticamente, in alcuni paesi dell’entroterra siciliano, era usanza porre, all’ingresso della Grotta, piccoli rami dell’aromatico Rosmarino (Rosmarinus officinalis L.).
La pianta, secondo un’antica credenza, sarebbe simbolo di rinascita e d'immortalità e, per tale motivo, apporterebbe benefici influssi sulla mente e sul corpo di chi ne fa uso.
Si credeva, infatti, che i suoi piccoli fiori azzurri, se poggiati sul petto, donassero la felicità; se ingeriti con pane e miele, proteggessero dai morsi degli animali velenosi. Si riteneva inoltre che i rami della pianta, se posti vicino agli usci delle case, tenessero lontani i serpenti e gli scorpioni e che il profumo delle foglie potenziasse la memoria.
Una favola siciliana narra che il rosmarino è «.. caro alle Fate..»; per tal motivo, queste soprannaturali creature impedirebbero che, nelle case in cui sono presenti rami della pianta, i bambini possano rimanere affatati, cioè vittime d’incantesimi.
Per le presunte proprietà apotropaiche, si pensava che u-rrosamarinu, dovesse essere raccolto utilizzando particolari roncole (fàuci) dotate di poteri magici.

A Mbriàcula

I rami del Corbezzolo (Arbutus unedo L.) noto come per’i rrùggia, erano utilizzati per ornare i presepi, soprattutto in alcune aree del Siracusano.
La pianta è denominata mbriàcula (o mbriachedda) perché si riteneva, erroneamente, che cibarsi dei suoi frutti provocasse capogiri e, quindi, una sensazione come di “ubriachezza” (mbriacatòria). Le corbezzole, in realtà, sono frutti eduli dalle proprietà aromatizzanti, con i quali si preparano conserve astringenti.

Li Pianti ntâ li liggenni e ntâ l'usanzi di la cucina siciliana

A Pamma
U Ciafagghiuni
U Pinu e u Chiuppu
A Mirra e-ll'Incensu
A Canna e u Luppinu
A Vruca e a Curcitta
A Cicecca e u Frummentu

A Pamma

Una leggenda del Palermitano narra che, durante la fuga in Egitto, la Sacra Famiglia cercò rifugio sotto una Palma la quale, «..pietosa, piegò in giù i rami e rese più gradita l’ombra sua ai fuggiaschi..».
Maria, spossata per il faticoso cammino, guardava i nutrienti datteri, sperando di potersene cibare. Come per miracolo, la Palma si chinò ed esaudì il desiderio della Madonna. Cosi, fu benedetta dal Signore e le sue fronde assursero a simbolo di pace.
Nel corso della Mostra all’Orto Botanico, piccole palme e colorate stelle di Natale hanno resa più festosa l’atmosfera natalizia.

U Ciafagghiuni

Secondo una tradizione dell’Agrigentino, la Palma di San Pietro (Chamaerops humilis L.) nota come ciafagghiuni, ggiummara o scuparina (perché adoperata per fabbricare scope) era considerata sacra, perché i suoi frutti (ciafagghiole, ddummi) , insieme a datteri e arance, erano utilizzati per ornare il Presepio. Inoltre, era usanza mangiarli, per devozione, e regalarli tra parenti; le donne, in particolare, erano solite scambiare in dono i ciafagghiole-ccû-ll’amichi e-cchê cummari.

U Pinu e u Chiuppu

Durante la fuga in Egitto, un grande pino ricco di pigne offrì riparo alla Sacra Famiglia che vi si nascose sotto.
Per nascondere i fuggitivi, i rami e i sottili "aghi" dell'albero si estesero e una grossa pigna, allargando le squame, nascose il Bambino, al suo interno.
Da quel giorno, il Pino ".. ebbe il favore della manina del piccolo Gesù e prosperò sempre..".

Secondo una leggenda, si crede, infatti, che aprendo una pigna in due, si possa scorgere, al suo interno, il Bambino nell'atto di benedire (u-Bbammineddu ca-bbinirici).
Anche il Pioppo (u chiuppu), in special modo nei paesi dell'Etna, vanta tradizioni natalizie: il suo legno, infatti, era considerato benedetto perché serviva ad ornare la grotta del Bambino e "..a scolpire Madonne e Santi..".

A Mirra e-ll'Incensu

«.. Per allietare l'umile nascita, furono portati in dono, oro, incenso e mirra… »
Guidati dalla stella cometa, i pittoreschi Magi giunsero nella Santa Grotta per recare la famosa triade di doni, il cui significato, nei secoli, è stato diversamente interpretato nelle liturgie cattoliche e orientali: l’Oro, simbolo di regalità, l’Incenso, di divinità, la Mirra, di sacerdozio eterno.
Fin dall'antichità, l’Incenso (gommoresina presente nella corteccia d’alcuni arbusti del genere Boswellia) era utilizzato durante le cerimonie religiose di diversi culti.
Gli Ebrei lo adoperavano durante le oblazioni, bruciandolo, con altre resine aromatiche, su appositi altari. La pratica dell’incensazione tardò ad inserirsi nella liturgia cristiana poiché ritenuta tipica dei culti pagani. Le fumigazioni furono effettuate soltanto dal III secolo: dapprima, solo nel corso delle cerimonie di sepoltura, poi, sempre più diffusamente, per solennizzare altri momenti di culto.
Nei cofanetti dei Magi, un altro dono degno del Messia: la Mirra. Anticamente, questa preziosa resina che fuoriesce dalla corteccia di un alberello spinoso [(Commiphora myrrha
(Nees) Engl.], era utilizzata dagli Egiziani contro i morsi di serpenti e scorpioni e nei processi d’imbalsamazione.
La Mirra - che si presenta sotto forma di “lacrime” (grani rotondeggianti) o di frammenti brunastri (mirra in sorte) - era utilizzata, in passato, quale bevanda e tonico. A conferma di questo uso, i Vangeli riportano : «.. Gli davano da bere vino con mirra..».
Nella tradizione agricola siciliana, per combattere u malòcchiu, si tappezzavano con immagini sacre le pareti dû trappitu e, all’interno di esso, si bruciava continuamente incenso.

A Canna, u Luppinu, a Vruca e a Curcitta

Narra una leggenda che San Giuseppe, avvertito da un sogno premonitore di dover fuggire in Egitto, per impedire ad Erode di uccidere il Bambino, decise «di ferrare l'asino a rovescio.. », affinché, osservando le orme lasciate dall'animale, non si potesse stabilire la direzione presa dalla Sacra Famiglia. Così, alla fievole luce di una lanterna, si mise in viaggio, poggiandosi ad una robusta canna, per rendere meno faticoso il cammino.
All’alba, i fuggiaschi s’imbatterono in un campo di lupini e tentarono di entrarvi, per sostare un po’. I frutti e i semi del lupino, però, al passaggio dei viandanti, fecero rumore e li costrinsero a riprendere il cammino.
Da quel momento, il Lupino che, come la Tamerice (a vruca) «..era un grand’albero di frutti squisiti, fu condannato a non sollevarsi più di una spanna dalla terra ed il suo seme a divenire amarissimo».
Dopo lungo peregrinare, San Giuseppe e la Madonna pensarono di nascondersi in un campo di irmanu (segale), ma, al passaggio dei fuggiaschi, le spighe si piegarono fino a terra e non si raddrizzarono più.
Finalmente, i viaggiatori giunsero in un campo di curcitta (varietà di frumento) ove poterono trovare un riparo sicuro. Da allora il Signore benedisse a curcitta che lo aveva riparato e maledisse per sempre il Lupino e la Segale.
Da questa leggenda, in alcune zone della Sicilia, ha tratto origine la convinzione che il pane di curcitta sia più buono e nutriente di quello di irmanu (segale).

A Cicecca e u Frummentu

Con la farina di Cicerchia (Lathyrus sativus L.) nota come cicecca o cìciru-mignu, una pianta con fiori bianco-azzurri e un legume contenente semi bianco-giallastri, si prepara una polenta siciliana detta Patacò e divenuta, ai nostri giorni, un piatto tipico delle festività natalizie.
A Licodia Eubea (Catania), infatti, qualche giorno prima della vigilia di Natale, si svolge “La Sagra della Patacò”, durante la quale a pulent’i cicecca che, in passato, era considerata “cibo dei poveri”, è offerta ai cittadini.
In occasione della preparazione della Patacò, la farina di cicerchia si cala ntâ l’acqua vugghiènti, aromatizzata con un soffritto d’aglio, peperoncino e salsiccia tritata e vi si aggiunge a scamuzzatura (cime di broccoli o d’altre verdure di stagione). La mescolanza tra ruòcculi e-ffarina di cicecca è indicata come “u ciciruòcculu”.
Dopo una breve cottura, la polenta, ancora liquida, è versata in scodelle di terracotta, condita con olio e servita, a mo’ di zuppa, in cui intingere fette di pane abbrustolito.
Prolungando la cottura, a Patacò rapprende; fredda e rafferma, è tagliata a fette, infarinata e utilizzata per preparare croccanti frittelle.
Durante le ricorrenze natalizie, si prepara anche a cuccìa, un piatto a base di frumento bollito in acqua o latte e condito con zucchero, miele olio o vino cotto.
In passato, a questa pietanza, che riveste particolari significati nell’ambito delle tradizioni popolari siciliane, si attribuiva valore scaramantico: tra i contadini, infatti, l’usanza di mangiare grano cotto, assumeva il significato di propiziare abbondanti raccolti.

 
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